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Lui & Lei

Ristorante vuoto


di BestFriend85
03.04.2026    |    539    |    0 8.0
"Schizzi densi e caldi colpirono il muro del bagno mentre lei continuava a leccarmi e a massaggiarmi dentro..."
Mai chiama Marco e quel mercoledì a mezzogiorno il ristorante sembrava un campo di battaglia controllato. Piatti che uscivano dalla cucina, ordini urlati, clienti che chiacchieravano ad alta voce. Io correvo tra i tavoli con il vassoio in equilibrio, le braccia che tiravano sotto la camicia nera della divisa, il sudore che mi scendeva lungo la schiena. Avevo trent’anni, ero alto un metro e ottanta, atletico, e in quel momento l’unica cosa che mi teneva in piedi era il caffè doppio che mi ero scolato alle undici.
E poi c’era lei. Giulia.
La vidi arrivare dal fondo della sala con quattro piatti sul braccio destro, la coda di capelli castani che le rimbalzava sulla spalla, la camicetta bianca che le stringeva il seno come se volesse esplodere da un momento all’altro. La gonna nera le fasciava il culo in un modo che non era giusto, non in un posto di lavoro. Ogni volta che si chinava per servire un tavolo, quel culo rotondo e alto si alzava leggermente e io dovevo costringermi a guardare altrove. Otto mesi che lavoravamo insieme. Otto mesi di sguardi, di “scusa, ti ho sfiorato” mentre ci passavamo stretti nel corridoio della cucina, di battute che diventavano sempre più spinte quando nessuno ci sentiva.
«Marco, tavolo sette vuole il conto» mi disse passando accanto a me, la voce bassa, quasi un sussurro. Mi sfiorò il braccio con la mano e io sentii la scarica elettrica arrivare dritta all’uccello. I suoi occhi castani mi fissarono un secondo di troppo, maliziosi. Le labbra piene si curvarono in un sorriso sfacciato.
«Arrivo» risposi, ma la mia mente era già altrove. Pensavo a quanto fosse porca quando si lasciava andare. Lo sapevo perché me l’aveva confessato una sera, dopo la chiusura, mentre fumavamo una sigaretta nel vicolo sul retro: «Mi piace essere sottomessa… ma solo se è uno come te a comandare». Da quel giorno la tensione era diventata insopportabile.
Il servizio continuava. Io sparecchiavo, lei serviva. Ogni volta che ci incrociavamo la sua gonna mi sfiorava la coscia. Una volta, mentre prendevo i bicchieri dal bancone, lei si chinò proprio accanto a me per prendere le posate. Il suo culo premette contro il mio fianco. Sentii il calore del suo corpo attraverso la stoffa.
«Cazzo, Giulia…» mormorai tra i denti.
Lei si girò appena, gli occhi che brillavano. «Che c’è? Hai caldo?» La sua voce era innocente, ma il tono no. Sfacciata come sempre.
Il ristorante si stava svuotando. Solo due tavoli rimasti. Il capo era in cucina a urlare contro il lavapiatti. Era il momento.
Lei mi passò di nuovo accanto, questa volta mi afferrò il polso per un secondo. «Ho bisogno di una pausa in bagno. Vieni con me tra due minuti?»
Non era una domanda. Era un ordine travestito da richiesta. Il mio cazzo reagì all’istante, si gonfiò dentro i pantaloni neri della divisa.
Annuii. «Due minuti.»
Aspettai il tempo necessario, fingendo di sistemare le ultime cose al bancone. Il cuore mi batteva forte. Rischio altissimo. Ma ne valeva la pena.
Entrai nel bagno del personale – quello piccolo in fondo al corridoio, con la porta che si chiudeva a chiave. Lei era già lì. Appoggiata al lavandino, le braccia incrociate sotto il seno che lo faceva sembrare ancora più grande. La gonna le era salita un po’ sulle cosce.
Chiusi la porta. Girai la chiave. Il click risuonò come uno sparo.
«Finalmente» disse lei, la voce già roca. Si avvicinò, mi mise una mano sul petto. «Sono bagnata da quando sei arrivato stamattina, Marco.»
Le presi il viso tra le mani grandi, la baciai forte, invadendo la sua bocca con la lingua. Lei gemette, sottomessa, lasciandomi fare. Poi scese con le mani sulla mia cintura.
«Voglio succhiartelo» sussurrò contro le mie labbra. «Qui. Adesso.»
Non c’era bisogno di dirlo due volte. Mi slacciai i pantaloni. Il mio cazzo saltò fuori, grosso, spesso, già duro come marmo. Lei si abbassò in ginocchio sul pavimento, gli occhi fissi sul mio uccello.
«Cazzo, è ancora più grosso di come me lo immaginavo» mormorò. Aprì la bocca e lo prese dentro senza esitare. Le sue labbra carnose si strinsero intorno alla cappella. La lingua calda, bagnata, iniziò a girare. Succhiava con forza, spingendo la testa più giù, fino a metà asta. Sentivo la gola che si contraeva intorno a me.
«Brava, troia… prendilo tutto» ringhiai, la voce bassa ma dura. Le misi una mano tra i capelli, stringendo la coda, guidandola. Non spingevo, la lasciavo muoversi, ma le facevo capire chi comandava. Lei gemette intorno al mio cazzo, gli occhi che lacrimavano un po’ per lo sforzo. Era porca, curiosa, voleva di più.
Si tirò indietro un attimo, una bava di saliva che le colava dal labbro. «Girati» disse, la voce tremante di eccitazione. «Voglio leccarti il culo.»
Quella richiesta mi fece pulsare l’uccello. Mi voltai, appoggiai le mani al muro, sporsi il sedere. Lei non perse tempo. Mi aprì le natiche con le mani, la lingua calda e bagnata toccò il mio buco del culo. Leccava in cerchio, lenta, poi più veloce, spingendo la punta dentro. Era una sensazione pazzesca, umida, sporca, perfetta.
«Cazzo, sì… leccami il buco, Giulia. Sei una puttana del cazzo» dissi, la voce roca. Lei gemette di piacere nel sentirmi parlare così. Una mano scivolò tra le mie gambe, mi afferrò l’uccello e cominciò a segarmi mentre continuava a leccare. Poi sentii un dito, bagnato di saliva, premere contro il mio ano.
«Posso?» chiese, la voce sottomessa.
«Mettilo dentro. Piano.»
Entrò. Il dito scivolò nel mio culo, cercò il punto giusto. Lo trovò. Iniziò a massaggiare la prostata mentre la lingua continuava a leccare intorno. L’altra mano mi segava il cazzo con movimenti decisi. Io ringhiavo, le gambe che tremavano.
«Così, brava… fammi sentire quanto sei porca. Ti piace leccarmi il culo, eh? Ti piace sentire il mio buco che si contrae intorno al tuo dito?»
Lei mugolò di sì, senza smettere. Aggiunse un secondo dito, spingendo più a fondo, massaggiando con più forza. La mia prostata pulsava, il piacere saliva come una marea. Il suo seno premeva contro le mie cosce, la gonna le era salita fino alla vita. Sentivo il suo respiro caldo sul mio culo.
Non resistetti più.
«Sto per venire» ringhiai.
Lei non si fermò. Anzi, accelerò. La lingua che leccava furiosamente, le dita che pompavano dentro di me, la mano che mi segava veloce.
Venni con un grugnito basso, potente. Schizzi densi e caldi colpirono il muro del bagno mentre lei continuava a leccarmi e a massaggiarmi dentro. Il piacere era così intenso che dovetti mordermi il labbro per non urlare.
Quando finii, lei si alzò lentamente. Aveva le labbra gonfie, il mento bagnato di saliva e un po’ del mio sperma. Mi guardò con quegli occhi sottomessi ma soddisfatti.
Io la tirai su, la baciai, assaporando il mio stesso sapore sulla sua lingua. Le infilai una mano sotto la gonna, trovai le mutandine fradice.
«Sei zuppa» dissi, la voce ancora roca. «Quando stacchiamo ti scopo come si deve. Ma adesso… pulisciti e torniamo di là prima che qualcuno se ne accorga.»
Lei sorrise, sfacciata. «Sì, capo.»
Ci sistemammo in fretta. Io mi tirai su i pantaloni, lei si sistemò la gonna e la coda. Ci guardammo un’ultima volta nello specchio: due colleghi normali, ma con gli occhi che brillavano di qualcosa di molto più sporco.
Aprii la porta. Il corridoio era vuoto.
Tornammo in sala come se niente fosse. Ma dentro di me sapevo che quel pranzo non era finito. Era solo l’inizio.
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